Le ondate di caldo in Siberia hanno provocato nuove emissioni di metano

Il disgelo del permafrost, provocato dalle ondate di caldo in Siberia, potrebbe accelerare il riscaldamento globale: il metano rilasciato in atmosfera può infatti dare una spinta notevole all’aumento delle temperature globali, in quello che potrebbe diventare un “feedback positivo” molto pericoloso.
Ad oggi si sa ancora molto poco sulle quantità di metano immagazzinate nei fondali marini e nel permafrost della regioni artica. Gli scienziati sono d’accordo sul fatto che non siamo di fronte ad una “bomba – di metano – pronta ad esplodere”, in senso figurato ovviamente. Le grandi quantità di metano presenti nei fondali del Mar Glaciale Artico non sembrano destare preoccupazione, almeno nell’arco dei prossimi decenni. A preoccupare gli esperti è il metano presente nel permafrost sulla superficie terrestre e nei bassi fondali delle piattaforme continentali della regione artica (profonde poche decine o centinaia di metri).
Secondo David McKay dell’Università di Stoccolma «è probabile che dalla regione Artica possa essere emesso più metano di quanto previsto dall’IPCC. Le emissioni provenienti dal disgelo del permafrost potrebbero portare un riscaldamento extra dell’atmosfera stimato tra 0.1-0.3°C entro il 2100, e di circa 0.5°C nel peggiore scenario climatico possibile. Ma ad oggi non ci sono segnali che ci facciano temere un rilascio massivo di questo potente gas serra».

Il metano contribuisce al riscaldamento globale molto di più dell’anidride carbonica: il contributo del metano nei primi 20 anni dal suo rilascio in atmosfera è infatti 80 volte più elevato di quello derivante dalla CO2.
Quello che stanno osservando gli scienziati è un rilascio di emissioni di metano superiore alle aspettative. A causa del disgelo del permafrost nella penisola del Tajmyr, in Siberia, provocato dall’ondata di caldo che ha colpito l’area nel 2020, si sono osservate concentrazioni di metano in atmosfera molto più elevate del normale.
«Abbiamo osservato un aumento significativo delle concentrazioni di metano a partire dalla scorsa estate. Lo stesso è avvenuto nell’inverno seguente, il che indica che ci deve essere stata una fuoriuscita costante di metano proveniente dal suolo», ha dichiarato al Guardian Rhenish Friedrich Wilhelm, uno degli autori di un nuovo studio pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences.
Al momento si tratta di anomalie quantitativamente poco rilevanti su scala globale, ma di fatto mostrano che qualcosa sta cambiando. Secondo lo studio il disgelo del permafrost non provocherebbe emissioni di questo gas serra solo per metanogenesi (produzione di metano da parte di un gruppo di microrganismi), ma anche – e soprattutto – perché libera grandi quantità di metano (fossile) da riserve presenti nel sottosuolo.
Si tratta di un “feedback positivo“, un circolo vizioso causato dalla crisi climatica, che a sua volta incide negativamente sulle condizioni climatiche, accelerando di fatto il riscaldamento globale e il disgelo del permafrost.
Bisogna però considerare che oggi il 60% delle emissioni di metano in atmosfera sono provocate dall’attività dell’uomo, e il restante 40% da processi naturali. La fonte naturale principale di metano atmosferico è il terreno paludoso. Dalla regione artica, invece, arriva meno dell’1% delle emissioni di metano.
Ma se il disgelo del permafrost sulla terraferma o sulle piattaforme continentali, dovesse continuare, liberando in atmosfera grandi quantità di metano, le concentrazioni di gas serra potrebbero raddoppiare da un momento all’altro, con conseguenze ancora difficili da prevedere.